" Il Cinese " - Alessandro Vaia...

Si vede su una tavola di granito il libro Da galeotto a generale
Il lettore (hors champ) apre il libro alla pagina 179. Si legge: Cap. 7 - Rientro in Italia 
e comincia a leggere:

Fra le tante vicende della mia vita, questa che sto per raccontare occupa un posto particolare e nel farlo mi sembra di rievocare un sogno.

Non si tratta di gesta straordinarie o di azioni che richiedessero un coraggio eccezionale. No, é una vicenda semplice che potrei anche riassumere con poche parole: dalla Francia attraversai la frontiera nell'Alta Savoia ed entrai in Svizzera; dalla Svizzera attraversai la frontiera del Canton Ticino ed entrai in Italia. Ecco tutto. Un viaggio per il quale impiegai più di due mesi! 

Eravamo nel dicembre del 1943. Insieme al compagno Cesare Marcucci presi il treno per Annemasse, cittadina francese quasi alla frontiera con la Svizzera. 

Banchina ferroviaria di Annemasse. Alessandro Vaia, il tecnico del sonoro e il regista si avvicinano e si fermano davanti al bar. Piove.

I treni, nella regione di frontiera, erano sorvegliatissimi dalle SS tedesche, e la località di Annemasse lo era in particolare perché sulle vicine montagne della Savoia operavano considerevoli forze partigiane.

Il Bar é questo; é qui che noi avevamo fissato l'appuntamento con un compagno francese e con un contrassegno per riconoscerci e una parola d'ordine. Il compagno francese ci ha detto: aspettate qui, state tranquilli, e noi siamo rimasti lì ad aspettare. Il tempo passava, é passata un ora, sono passate due ore - qui circolavano i poliziotti delle SS tedeschi. Noi cominciavamo ad essere preoccupati, sopratutto perché eravamo abituati in Italia, con le misure di sicurezza e di vigilanza molto strette.

Quando gli incaricati vennero a prenderci ci portarono in una specie di abbaino ove abitava un compagno sorvegliatissimo dalla polizia; ce lo dissero con la più grande indifferenza...

Ci spiegarono in che modo sarebbe avvenuto il nostro passaggio della frontiera e quando fu notte ci accompagnarono alla stazione, al di là dei binari, verso la campagna. Ci nascondemmo in una cunetta del terreno in attesa della partenza del treno che faceva il servizio postale da Annemasse a Ginevra.

Alessandro Vaia con l'ombrello, dietro i binari.

Quando la locomotiva ha iniziato il movimento e ha dato qualche colpo di vapore, allora noi siamo balzati fuori dalla scarpata, abbiamo preso la rincorsa, abbiamo attraversato i binari , però in quel momento si sono accese delle luci potenti, e abbiamo preso un po' di paura. E in quel punto abbiamo temuto di essere visti.

Svolta a destra della cinepresa sullo scalo merci, in direzione della Svizzera.

Con queste luci non si sfugge, ci scoprono senz'altro. Balziamo fuori ugualmente dalla nostra buca, così come si salta fuori da una trincea, anche se si sa che il nemico é pronto a falciarci con la mitraglia. Corriamo curvi con una borsettina sotto il braccio che é tutto il nostro bagaglio, ci avviciniamo alla locomotiva già in moto, ci aggrappiamo a due braccia che ci tirano su e ci buttano su un mucchio di carbone. Poi col carbone ci ricoprono e il viaggio incomincia. 

Alla frontiera, ispezione dei gendarmi tedeschi e di quelli svizzeri. Sotto il carbone non cercano.

Un fischio, si riparte. E quando usciamo dal mucchio di carbone, i macchinisti ci guardano sorridenti e soddisfatti. Sono contenti di averla fatta ai boches e per questo hanno rischiato la vita. Ecco degli uomini che valgono e che non posano a eroi.

Alessandro Vaia di fronte al ponte ferroviario.

In questo punto, al di là di questo ponte, i ferrovieri ci hanno fatto scendere, dove c'era una scarpata, siamo rotolati sotto, e ci avevano indicato di proseguire poi per trovare una casa cantoniera. Siamo arrivati alla casa cantoniera, e là abbiamo trovato una ragazza. Era la figlia del cantoniere che riceveva tutti coloro che passavano dalla Francia alla Svizzera. Questa ragazza ci ha guardato con un viso stupito e ci ha detto: Ma come siete arrivati qui? - perché normalmente su questo ponte c'erano le guardie. Invece quando siamo passati noi, e anche questa una grande fortuna, perché ne abbiamo avuta tanta, non c'era nessuno. Allora la ragazza é andata ad avvertire il padre, che era andato nell'altra casa cantoniera, che eravamo arrivati.

E intanto ci ha preparato un po' di latte. Siccome erano tanti anni, che non si beveva latte, mi sembrava una cosa straordinaria quel latte, e non me lo dimenticherò mai.

Grazie al casellante raggiungiamo con prudenza Ginevra, ospiti di una casa che ai miei occhi, abituati alle baracche e alle celle, appare sontuosa. E dormo per una notte un sonno ristoratore e profondo, senza il timore di essere svegliato dalla polizia o da un bombardamento aereo.

Vaia sul treno FFS.

Da Ginevra dove sono stato ospitato da - non so chi fosse, però era un giovane intellettuale, aveva molti libri in casa -, e normalmente ho preso il treno insieme all'altro compagno che era con me da Ginevra, e ci siamo recati a Locarno.

Alessandro Vaia sul treno a sud del Gottardo (Giornico - Bodio).

A Locarno veniamo alloggiati in un alberghetto, in attesa di ricevere i documenti personali. L'attesa dei documenti si prolungò al di là di ogni più pessimistica previsione; passarono giorni, settimane e a nulla valsero le mie proteste. Trascorrevo le giornate leggendo, uscivo la sera, tenendomi alla larga dai gendarmi. Ma ebbi anche qui degli amici. Feci conoscenza con un vecchio compagno, emigrato politico fin dai primi anni del fascismo, Gentina, simpaticissimo, generoso, conosciuto da tutti e dappertutto.

A Locarno c'era anche una delle tante madrine che mi avevano aiutato nel campo di Vernet. Si chiamava Maria Antognini. Non la potei avvicinare per ragioni cospirative, ma seppi che continuava quel suo lavoro instancabile per aiutare i compagni che erano rimasti nel campo di concentramento.

Alimentari Bianchi, Melide.

Dopo una ventina di giorni i compagni mi trasferirono a Melide, presso il compagno Bianchi, un piccolo commerciante che aveva un appezzamento di terra sul fianco della montagna. Si era messo in testa di trasformare quel terreno roccioso in un grande frutteto, e in parte c'era già riuscito.

Alessandro Vaia nel frutteto.

Siamo nel giardino di Felice Bianchi, si vedono ancora alcuni alberelli da frutta che egli ha piantato. 
E qui io sono rimasto per parecchio tempo: sempre impaziente, guardando alle montagne al di là delle quali c'é l'Italia - impaziente di riprendere il mio posto di lotta.

Arrivarono infine i documenti e si decise che passassi la frontiera con due compagni, contrabbandieri e partigiani, che trasportavano medicinali in Italia.

Alessandro Vaia al parcheggio del negozio: terrazza sul lago.

Con l'aiuto di un partigiano di nome Baffetti, di soprannome veramente, ci siamo subito incamminati verso la frontiera, e lui era pratico. Però quando siamo arrivati al punto di passaggio della frontiera, abbiamo trovato le guardie. Ci hanno arrestati, ci hanno dichiarato che dovevamo pagare un'ammenda - e qui in questi giorni si sono trovati anche i documenti di questa ammenda, dalla quale risulta che una gran parte é stata pagata da Carlo Gentina.

Ci hanno arrestati, ci hanno dichiarato che dovevamo pagare un'ammenda - e qui in questi giorni si sono trovati anche i documenti di questa ammenda, dalla quale risulta che una gran parte é stata pagata da Carlo Gentina.

Lunga svolta su Valle di Campo, finisce sulle montagne nevose.

Non ci fu verso di convincerli a lasciarci proseguire il nostro cammino per l' Italia. " Siamo partigiani antifascisti, vogliamo solo ritornare in Italia. Perché ci fermate per poi espellerci? " Niente da fare, la legge è legge. Oltre a metterci in carcere, volevano sapere ad ogni costo da dove venivamo e chi ci aveva aiutati. Ebbero il coraggio di sequestrarci i medicinali, destinati ai partigiani ammalati e feriti che combattevano per difendere anche la loro libertà. Poi ci avrebbero espulsi, perché sul loro territorio il diritto d'asilo era riservato a chi aveva molto denaro.

Dopo una quindicina di giorni, trascorsi nel carcere di Locarno in compagnia di un numeroso gruppo di contrabbandieri italiani - fu il mio primo contatto diretto con la nuova Italia -, gli Svizzeri avrebbero voluto spedirmi da solo verso la frontiera.

Ciò avrebbe significato per me, che non avevo nessuna pratica dei luoghi, cadere sicuramente nelle mani dei fascisti.

Mi rifiutai e riuscii a partire assieme ai contrabbandieri, tra i quali c'erano anche i miei due accompagnatori della prima spedizione. Le guardie ci accompagnarono sulle montagne vicino alla frontiera e ci lasciarono a grande altezza sulle cime ammantate di neve. I contrabbandieri, tutti giovani cresciuti sulle montagne, marciavano a un passo così veloce, che io a gran fatica riuscivo a seguirli. Erano passati molti anni da quando avevo lasciato le montagne della Spagna e mi pesavano le privazioni e l'inedia del campo di concentramento e del carcere. I compagni mi incitavano a proseguire poiché si doveva giungere sull'altro versante e lasciare le zone nevose, prima che facesse notte. Camminammo non so più quante ore fino a quando vidi in lontananza la Valle dell' Ossola, il primo lembo d'Italia che incontravo dopo quasi dieci anni di esilio.

Eravamo nel marzo del 1944.